Scrivo questo articolo dalla Valle Soana, ai piedi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove sono stata selezionata per partecipare a VIHTA Wild Working, un progetto di residenza temporanea che vi racconterò tra poco. Sono qui in un momento dell’anno in cui solitamente la montagna si svuota dai turisti, mentre questa volta restare in montagna fuori stagione è il punto focale dell’intera esperienza.
Con un clima sempre più instabile e stagioni sempre meno definite, penso che il nostro modo di viaggiare e vivere la montagna abbia bisogno di cambiare, non solo per una una questione di sostenibilità e responsabilità ambientale, ma anche sociale ed economica.
La montagna non è un prodotto da consumare
Nel giro di poche settimane in periodi concentrati, destinazioni e sentieri accolgono la maggior parte dei visitatori dell’anno, attratti sempre dagli stessi luoghi iconici. Questa concentrazione disturba i ritmi della fauna selvatica e logora il terreno, danneggiando la flora; questo può rendere necessarie chiusure temporanee dei percorsi per dare il tempo alla vegetazione di rigenerarsi. A farne le spese sono anche i residenti, che nei weekend di punta si ritrovano il paese invaso tra auto parcheggiate ovunque, code al bar e all’unico negozio di alimentari, difficoltà anche solo a spostarsi per le proprie commissioni quotidiane.
È lo stesso meccanismo che alimenta il sovraffollamento nelle città più note, di cui vi avevo parlato più nel dettaglio nell’articolo sull’overtourism. In montagna le soluzioni più semplici sono spesso anche le più efficaci: scegliere destinazioni meno conosciute ma altrettanto suggestive, invece di rincorrere sempre gli stessi panorami fotografati su Instagram, e cercare di viaggiare fuori stagione. La montagna in primavera e in autunno regala colori e ritmi completamente diversi, lontani dai picchi di presenze estivi e invernali. Scegliere la bassa stagione significa alleggerire la pressione sui luoghi più frequentati e, allo stesso tempo, sostenere rifugi, guide e piccole attività anche nei mesi in cui il turismo tradizionalmente cala.
Rallentare è altrettanto importante: bastano piccoli cambiamenti nei ritmi con cui siamo abituati a viaggiare – restare più notti nello stesso luogo invece di una, tornare nello stesso bar fino a conoscere chi ci lavora, spostarsi a piedi quando possibile – per far emergere ciò che con ritmi serrati resterebbe invisibile. Optare per un turismo lento ci permette di entrare in contatto con le persone e le tradizioni dei luoghi che attraversiamo, invece di restare semplici spettatori di passaggio.
L’impatto dei cambiamenti climatici
Chi vive e frequenta la montagna da anni vede con i propri occhi le conseguenze sempre più impattanti dei cambiamenti climatici: i ghiacciai si ritirano, i versanti diventano più instabili, i fiumi diminuiscono l’apporto idrico e le specie endemiche sono a rischio. Osservare questi cambiamenti da vicino, guidati da chi il territorio lo conosce davvero, aiuta a capire concretamente la fragilità degli ecosistemi montani ed i modi che abbiamo per tutelarli; è ciò che abbiamo fatto durante un incontro nell’ambito del progetto VIHTA, assistendo ad un talk ed esercitazioni sul campo per capire come il riscaldamento globale sta influenzando ghiacciai, ecosistemi fluviali e comunità montane.
C’è anche un altro tema da considerare, quello dell’innevamento artificiale: l’aumento delle temperature spesso non permette più l’innevamento naturale, per questo molti impianti sciistici ricorrono ai cannoni sparaneve per garantire piste sempre innevate, con un consumo importante di acqua ed energia. La soluzione non è produrre più neve ma immaginare modi diversi di vivere la montagna d’inverno – e non intendo con piste sintetiche che rilasciano microplastiche in ambienti già fragili.
Ci sono già alternative concrete, che non dipendono affatto dalla neve, come l’osservazione della fauna selvatica nei boschi invernali silenziosi, guidata da chi sa dove e come cercarli; le notti in rifugio per ammirare un cielo stellato lontano dall’inquinamento luminoso delle città; gli incontri con piccoli produttori e le degustazioni di marmellate, miele, tisane e distillati locali; i momenti di movimento consapevole (allenamento, yoga, respirazione, cammino lento), ospitati in baite e rifugi che possono restare aperti tutto l’anno.
Economie di valle: chi vive di montagna tutto l’anno
Dietro ogni piccola attività c’è un’economia locale che vive di montagna tutto l’anno, non solo durante le vacanze. Scegliere strutture, prodotti del territorio e guide del posto significa mantenere il valore del viaggio nel luogo dove viene generato, sostenendo chi continua ad abitare montagne e vallate anche quando i turisti se ne sono andati.
Non si tratta solamente di una questione economica ma anche, e soprattutto, una questione di persone che restano: molte valli di montagna convivono da anni con lo spopolamento perché viverci e lavorarci tutto l’anno è diventato sempre più difficile. Un turismo che si distribuisce nei mesi, invece di concentrarsi in poche settimane, può fare la differenza tra un paese che si svuota e uno che continua a vivere.
Sono aspetti che vedo da vicino anche a casa mia, in Friuli-Venezia Giulia, dove bastano pochi chilometri per passare da zone sempre più affollate nei weekend di alta stagione ad altre che si svuotano silenziosamente, anno dopo anno, perdendo scuole, negozi, gli ultimi abitanti rimasti. Sono due facce dello stesso squilibrio, causato da un turismo concentrato in poche settimane e in pochi luoghi, invece che distribuito nel tempo e nello spazio. Dietro ogni paese che si svuota, chi resta deve fare i conti con la mancanza di beni essenziali e servizi sempre più lontani; per questo è fondamentale riuscire a garantire una continuità di presenze, di reddito e di vita comunitaria nelle zone montane. Serve una progettualità condivisa tra chi vive in montagna e chi la visita, capace di costruire percorsi ed iniziative che generino valore sul territorio lungo tutto l’anno.
VIHTA Wild Working, la destagionalizzazione raccontata dall’interno
Questi principi, in Valle Soana, hanno preso una forma molto concreta: VIHTA Wild Working, un progetto innovativo alla sua prima edizione. Sono stata selezionata per parteciparvi in prima persona durante questo periodo autunnale e vi racconto un po’ come stanno andando queste settimane di vita nelle terre alte del Piemonte.
VIHTA – che in lingua patois significa “stai” – è un progetto di co-living e co-working ideato da Comunità Sassifraga APS nell’ambito del Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana. Accoglie freelance, nomadi digitali, lavoratori da remoto e famiglie interessate a sperimentare la vita di montagna per periodi medi proprio in autunno, quando i flussi turistici tradizionali si sono già esauriti.
Le giornate si dividono tra postazioni di co-working nei comuni della valle o lavoro dalle case condivise, cene conviviali, incontri con le amministrazioni ed i residenti locali, lezioni di patois, talk e momenti di confronto, trekking e camminate nel Parco Nazionale Gran Paradiso – e non solo. Tra le esperienze più significative di queste settimane ci sono l’escursione per sentire il bramito dei cervi accompagnati da Sandro, guida naturalistica locale, una merenda organizzata con gli anziani di Molino di Forzo, che ci hanno narrato storie e modi di vivere di tempi ormai passati, la visita ad un’antica fucina del rame, rimasta pressoché intatta dal 1675, ed una camminata alla scoperta di racconti e leggende di masche, le streghe del folklore locale piemontese. L’incontro per me più speciale, tanto raro quanto inaspettato, è avvenuto in una serata uggiosa mentre rientravo nella mia casetta in Valle, in una frazione pressoché spopolata: nei prati al limitare del Parco Nazionale del Gran Paradiso, illuminato dai fari, un lupo solitario si è fermato prima di scappare nei boschi. Un istante fugace di cui conservo ancora l’emozione e che porterò sempre nei miei ricordi.
Gli obiettivi di VIHTA sono molteplici: offrire un ambiente produttivo lontano dalla città e, insieme, contribuire al neopopolamento e alla destagionalizzazione della Valle Soana, distribuendo presenze e risorse lungo tutto l’anno invece che concentrarle in poche settimane estive. Se ti interessa saperne di più, trovi tutti i dettagli sulla pagina ufficiale del progetto.
La montagna non va conquistata, va ascoltata
Scegliere con cura luoghi e modalità è il primo passo per rispettare la montagna, concedendosi il tempo per rallentare, osservare ed ascoltare le testimonianze preziose di chi questi luoghi di vive da sempre. Questo è quello che sto vivendo, letteralmente, in queste settimane in Valle Soana, dove il tempo sembra dilatato, la vita scorre a ritmi più naturali e le connessioni con le persone sono genuine.
Restare qui mi ha permesso di sperimentare un modo di vivere che, in città, abbiamo ormai dimenticato, oberati da lavoro, impegni e presi dalla frenesia quotidiana; la Valle Soana fuori stagione mi sta regalando lentezza, serenità ed un contatto autentico con la natura… credo proprio che non sarà facile lasciare questa Valle e tornare al caos della città.
Sono esattamente queste le sensazioni che cerco di ricreare, itinerario dopo itinerario, per chi viaggia con Nomadoos.
Se anche tu stai pensando ad un viaggio lento e immersivo, scrivimi per costruire assieme il tuo itinerario personalizzato.