Questo argomento mi sta molto a cuore da quando ho iniziato a studiarlo e ad approfondirlo, capendo che che spesso la voglia di vivere esperienze “uniche” alimenta pratiche profondamente sbagliate. Io in primis ho commesso errori: ho lavato gli elefanti pensando di fare del bene perché avevo evitato le cavalcate, ho fatto il bagno con i delfini pensando fossero in una situazione migliore perché il centro era in mare e non in piscina.
Da allora, il turismo che coinvolge gli animali è diventato uno degli ambiti in cui lavoro con più attenzione e rigore. Penso che informarsi e offrire alternative realmente etiche sia l’atto più rispettoso che possiamo compiere nei confronti del nostro pianeta e delle altre specie che lo abitano, assieme a noi.
Il problema di fondo
Ogni anno, si stima che circa mezzo milione di animali venga sfruttato dall’industria del turismo globale. Non parliamo solo di qualche caso isolato; si tratta di un sistema articolato, in cui elefanti, delfini, tigri, scimmie, bradipi e molti altri animali vengono tenuti in cattività, addestrati con metodi basati sulla paura e presentati ai visitatori come attrazioni.
Il paradosso è che spesso chi partecipa a queste esperienze lo fa con le migliori intenzioni, si definisce amante della natura e in cerca di esperienze autentiche. Per voler fare la cosa giusta, però, bisogna prima sapere come riconoscerla – e qui iniziano le difficoltà. Negli ultimi decenni, il greenwashing nel settore turistico ha visto un’impennata: l’ecologismo di facciata, una strategia di marketing ingannevole utilizzata per costruire un’immagine ecologica superficiale e non veritiera, permea ormai cataloghi e dépliant e le realtà più disparate utilizzano parole come “santuario”, “centro di recupero”, “esperienza sostenibile” come specchietto per le allodole. Con questo articolo ti aiuto a fare chiarezza nel vasto mondo del turismo con la fauna selvatica.
Una domanda per cambiare prospettiva
C’è una domanda che ti invito a fare tua nel valutare un’esperienza che coinvolge gli animali.
“In natura, questa interazione sarebbe possibile?”
È una domanda semplice ma potente. Un elefante libero nella savana si farebbe abbracciare la proboscide da un gruppo di turisti entusiasti? Un delfino in mare aperto deciderebbe spontaneamente di portare un essere umano aggrappato alla sua pinna dorsale? Una tigre nella foresta si lascerebbe fotografare fianco a fianco ad un essere umano? La risposta, in tutti questi casi, è no.
Se un animale selvatico tollera quell’interazione, c’è sempre e solo un motivo: è stato in qualche modo “rotto” per per poter tollerare comportamenti non naturali, ottenuti attraverso l’addestramento coercitivo, la sedazione, la privazione del cibo usata come forma di ricatto alimentare, la separazione dei cuccioli dalle madri, e così via.
Il mito dei falsi santuari
Negli ultimi anni, la crescente sensibilità dei viaggiatori ha spinto molte realtà a reinventarsi. In Asia, ad esempio, stanno gradualmente eliminando le cavalcate sugli elefanti, troppo esplicite e troppo difficili da difendere. Al loro posto sono nati dei falsi “santuari”, luoghi in cui non si cavalcano gli elefanti ma gli si può dare da mangiare, li si può lavare ed accarezzare. Il problema è che il meccanismo sottostante non è cambiato. Il nostro mantra sarà sempre lo stesso: “in natura, questa interazione sarebbe possibile?” No.
Le interazioni ravvicinate con gli elefanti, in questo caso, richiedono che gli animali siano addestrati a tollerare e non temere il contatto ravvicinato con decine di sconosciuti. Questo addestramento, nella quasi totalità dei casi, si basa sulla forza e sull’intimidazione. Bada bene, lo stesso tipo di trattamento viene riservato a cammelli, scimmie, lori lento, delfini, tigri ed a tutti gli altri animali selvatici utilizzati come attrazione.
La parola “santuario” è diventata un brand, ricordiamoci però che non corrisponde ad una certificazione. Un santuario o centro di recupero davvero etico non permette alcun contatto diretto tra visitatori e animali: non il bagno condiviso, non le carezze, non dare loro da mangiare, non foto assieme agli animali.
Come si riconosce? Spazi ampi in cui gli animali si muovono liberamente, la possibilità di osservarli a debita distanza, trasparenza sulla storia di ogni animale ospitato e sul metodo di cura adottato, impegno per la reintroduzione in natura – quando questa è possibile.
Il mare non fa eccezione
Osservare i giganti del mare è un privilegio che richiede responsabilità. Tutto parte dal silenzio: i motori accesi non sono solo un rumore di fondo ma una fonte di disorientamento per i cetacei. L’approccio deve essere sempre laterale e mai invasivo, preferendo uscite in piccoli gruppi che garantiscano un’esperienza intima senza assediare gli animali.
La differenza diventa evidente se pensiamo a certe pratiche purtroppo comuni, come nuotare con gli squali balena attirati artificialmente con il cibo. In quei casi, gli animali non sono più esseri liberi nel loro habitat, ma “attori” costretti da una dipendenza alimentare che ne altera i cicli vitali e la salute.
Un tour etico rifiuta queste scorciatoie: niente cibo o richiami che possano alterare le loro abitudini vitali. A fare la differenza, infine, è la presenza di un biologo marino a bordo, capace di trasformare un semplice avvistamento in un momento di vera comprensione e tutela della biodiversità.
Focus sugli animali domestici
Il tema non riguarda solo la fauna selvatica. Vale la pena fermarsi a riflettere anche su esperienze che coinvolgono specie domestiche locali utilizzate come attrazioni turistiche: cammellate nel deserto, gite in slitta con husky o renne, giri in carrozza.
Esiste una differenza importante tra un utilizzo autentico e radicato nella cultura di una comunità, come per i cani da slitta per le popolazioni artiche, che ne dipendono per la sussistenza e i cui animali sono parte integrante della vita quotidiana, e un servizio creato ad hoc per soddisfare la richiesta turistica. La domanda da porsi, anche in questo caso, è: questo animale è qui per necessità della comunità locale e ad utilizzo esclusivo della stessa, o è qui solo come attività turistica per me?
I segnali d’allarme da riconoscere
Quando si tratta di turismo con gli animali, il confine tra ciò che sembra etico e ciò che non lo è spesso non si vede a prima vista. Per questo voglio condividere con te una serie di segnali da riconoscere prima di prenotare.
L’avvistamento è garantito. Fermati un momento e riflettici: in natura, niente è garantito. Se un’agenzia ti promette che vedrai certamente una determinata specie, spesso ti sta dicendo – forse senza saperlo – che quell’animale è stato condizionato nei suoi comportamenti naturali o mantenuto in uno spazio controllato. La garanzia è la prima red flag.
Puoi toccare, abbracciare o fotografarti con gli animali. Vale per gli elefanti ma anche per le tigri, i bradipi, i cuccioli di leone, i pappagalli o le scimmiette posate sulle spalle dei turisti nelle piazze. Se un animale selvatico accetta questo tipo di contatto, c’è un solo motivo: è stato addestrato a farlo, spesso con metodi che non vogliamo sapere, oppure sedato. Il fatto che sembri tranquillo non significa che stia bene.
Ci sono cuccioli disponibili per le foto. I cuccioli attirano inevitabilmente attenzioni e tenerezza. Ma la loro presenza per i turisti racconta quasi sempre una storia di sofferenze, tra cui la separazione dalla madre in età precoce, o nei casi peggiori la sottrazione forzata.
Le guide danno da mangiare agli animali per avvicinarli. Un animale selvatico che si avvicina cercando cibo è un animale che ha perso, almeno in parte, la propria autonomia. Questa dipendenza dall’essere umano compromette la sua capacità di sopravvivere in natura e, nel tempo, può rivelarsi letale.
Non c’è limite al numero di partecipanti né una distanza minima dagli animali. I tour gestiti con rispetto hanno regole precise su entrambe le cose. Quando vedi venti barche accalcate nello stesso punto, o cinquanta persone a due metri da un elefante, qualcosa non torna.
La struttura si definisce “santuario” ma permette l’interazione diretta. Hai già letto perché e ora sai che quella parola, da sola, non basta.
Come individuare un’esperienza davvero etica
Potrebbe sembrare che, dopo tutto questo, non rimanga molto da fare. Che il turismo con gli animali sia un campo minato da attraversare in punta di piedi, o da evitare del tutto. Non è così e ci tengo a dirtelo chiaramente.
Le esperienze autentiche esistono, sono accessibili e sono molto più emozionanti di quelle che il marketing vende come “garantite”, proprio perché non lo sono. Quando arriva l’incontro (se arriva) sai che è reale e non causa sofferenze.
Osserva, senza interagire. Il wildlife watching fatto bene esiste: è fatto di safari con guide certificate, avvistamento di balene con operatori che rispettano le distanze, birdwatching con guide ambientali, centri di recupero che mettono la trasparenza al primo posto. Potrai entrare in contatto con gli animali nel loro habitat, senza alterarne i comportamenti, osservandoli a distanza e con rispetto.
Fai domande, prima di prenotare. Chiedi come vengono accuditi gli animali, la storia della struttura, verifica se esistono certificazioni riconosciute. Un operatore etico risponde con piacere,chi tergiversa o diventa vago ti ha già risposto.
Preferisci i parchi nazionali e le riserve naturali. I proventi sostengono direttamente la conservazione dell’habitat e le comunità locali. Sono ambienti con regole, distanze e maggior controllo, spesso più di quanto possa offrire una struttura privata costruita sull’attrattività del contatto ravvicinato.
Scegli esperienze in piccoli gruppi. Il numero di partecipanti dice moltissimo sulla filosofia di chi organizza. Tour con poche persone e guide esperte rispettano tempi, distanze e ritmi degli animali. La folla, in questo contesto, è quasi sempre un segnale negativo.
Affidati a un professionista. Distinguere le realtà davvero virtuose da quelle che fanno greenwashing richiede tempo, ricerca e una rete di relazioni costruita sul campo. È esattamente il lavoro che faccio, ogni giorno, per assicurarmi che gli itinerari che progetto per te siano coerenti con i valori che condividiamo.
Cosa resta
Le esperienze davvero etiche ed autentiche non si dimenticano. Io ricordo il silenzio assoluto di una laguna vietnamita all’alba, interrotto solo dallo sciabordio dell’acqua contro la barca a remi, in compagnia di una guida locale che conosce ogni suono della foresta. L’attesa e la pazienza, senza sapere se riusciremo ad avvistare il Delacour’s langur, una specie di scimmie a rischio estinzione. Poi qualche suono tra le fronde e l’istante in cui una scimmia fa capolino sui rami degli alberi, seguita da altri tre esemplari bicolore. Questi sono momenti che non si possono prenotare e non si possono garantire ma, quando arrivano, restano impressi nella memoria e nel cuore.
Ecco la differenza tra un’esperienza costruita per far sentire i turisti al centro ed un incontro genuino, in cui noi siamo gli ospiti in un mondo che non ci appartiene e che merita di essere rispettato. Questo è il tipo di viaggio che voglio aiutarti a costruire.
Se vuoi pianificare un viaggio con esperienze in natura e vuoi assicurarti di fare scelte davvero consapevoli, scrivimi. Ti guiderò per realizzare i tuoi sogni.